venerdì 18 gennaio 2019

Chissà perché il cuore non si ammala di cancro?

Chissà perché nel cuore non si genera il cancro. 
È l'unico organo del quale non ho mai sentito 
che fosse stato affetto da tumore;
forse non è così, può darsi, seppure ho cercato 
e casi non ne ho trovati. 
Vorrei capirne le ragioni poiché, pur essendo un organo vitale, 
come il cervello, il pancreas, il fegato, i polmoni, ecc... 
non ho mai sentito che qualcuno si fosse ammalato di cancro al cuore. 
È vero, si ammala di altre malattie, 
ma perché non di quella più temuta e distruttiva? 
Sarà forse perché è una pompa ed è sempre in movimento? 
Ma anche il cervello e tutti gli altri organi lo sono! 
Allora perché il cuore non si ammala di cancro? 
Forse sarà perché il suo tessuto è muscoloso? 
Mah! 
Eppure deve esserci un perché.
Forse perché è il solo a raccogliere emozioni,
 è il solo che si commuove quando gli altri si ammalano di cancro 
e se pure lui si ammalasse dello stesso male, 
non potrebbe aiutare chi si ammala e avere la forza di poter guarire 
ed esternare l'amore per la vita. 
Forse ho trovato! L'amore si sa non muore mai e il cuore è il solo 
che ospita l'amore, e può sconfiggere il male ed impedire al cancro 
di entrare nel suo regno? 
Chissà se è questa la ragione, ma voglio accontentarmi di essa, 
perché in fondo, può far nascere,  se non altro, il dubbio a chi nell'amore non crede.

Anna Giordano

sabato 8 dicembre 2018

Un racconto per Natale

LUIGINO E L’ABETE


l’aria quella mattina era più fredda del solito. Il Natale non era lontano, e i bambini che stavano per accingersi ad andare a scuola guardavano il cielo cinereo, come per scorgere se qualche fiocco di neve se ne staccasse e venisse giù.

Luigino era un bambino, forse il solo, a non volere la neve, e lasciando indietro i suoi compagni di scuola, sì incamminò per la scorciatoia che tagliava per il bosco per giungere a scuola in tempo, prima che la neve iniziasse a cadere. Gli alberi del bosco sembravano incantati da chissà quale sortilegio; quelli con i rami spogli, apparivano ancora più scheletrici e il gelo li rivestiva di un leggero strato di ghiaccio. Guardavano Luigino dall’alto, come se volessero chiedergli aiuto per farsi liberare da quei cristalli bianchi che irrigidivano i loro rami. Luigino si fermò un attimo a guardarli, sentiva quel richiamo e li capiva anche, poi si guardò le scarpe rattoppate male, avevano trasformato i sui piedi, un po’come i rami gelati di quegli alberi. Avrebbe voluto fare qualcosa per loro, ma non sapendo cosa, passò vicino i tronchi e li accarezzò, come per consolarli. Continuando il suo cammino, con i piedi intirizziti dal freddo, guardò un abete che alto si teneva sul lato destro del sentiero, i rami erano forniti di foglie verdi che lo riparavano meglio dalle intemperie, e il suo scheletro non gli sembrava tanto che patisse il freddo.
Egli si soffermò a guardarlo. Ebbe un’impressione differente dalla prima. L’abete, sembrava che fosse tutto contento di avere sui suoi rami il gelo. Erano rivestiti di tantissime foglioline aghiformi. Agli occhi di Luigino, appariva come un signore che vestiva un cappotto di pelliccia, un po’come i suoi compagni di scuola, loro, avevano le scarpe imbottite di pelliccia, i cappotti o i piumini che li coprivano e poteva anche cadere la neve, si sarebbero rotolati dentro e giocato senza soffrire il freddo.
Mentre Luigino pensava a tutto ciò, sentì sul suo capo una goccia d’acqua gelida penetrare tra i suoi riccioli scuri, fino a giungere sul cuoio capelluto facendolo rabbrividire. Passò la mano sul capo per stemperare la goccia d’acqua, quando la ritirò, si accorse che nel palmo aveva una moneta d’oro. Luigino non credeva ai suoi occhi, non aveva mai visto tanto splendore.
Si domandò da dove fosse caduta, ebbe quasi paura, si guardò intorno cercando di trovare una risposta, ma non c’era nessuno a parte l’abete che lo guardava dall’alto del suo tronco. Alzò il capo e stava per abbassare gli occhi, quando scorse fra i rami un folletto che teneva in mano una pentola con l’ansa tutta in oro. Luigino lo guardò strofinandosi gli occhi, non poteva essere vero, non credeva ai folletti, ma vederne uno che lo fissava con un grande sorriso stampato sul viso, lo convinse, non senza reticenza. Dovette sforzarsi per far uscire un suono dalla sua bocca, un suono di stupore che a malapena  riuscì ad articolare. Il folletto scese qualche ramo più giù e fissandolo domandò lui se fosse contento della moneta d’oro, Luigino rispose in modo affermativo oscillando il capo avanti e indietro, perché non riusciva ancora a parlare. Il folletto, allora facendo una smorfia disse di volere udire la sua voce. Il poverino, si sforzò talmente che riuscì appena ad articolare un sì, tanto silenzioso che la cosa fece stizzire il folletto, diventò tutto rosso e gridò con una voce smisurata in rapporto alla sua statura, che voleva sentire la sua voce. Luigino un po’ per la paura un po’ per non contrariarlo, prese tutte le sue forze e rispose con un grido pronunciando un si, prolungato. Il folletto contento gli lanciò una seconda moneta che arrivò dritta nella tasca della sua misera giacca, ma essendo bucata la moneta scivolò a terra ruzzolando, emettendo un suono tintinnante.
Luigino corse dietro la moneta per raccattarla, ma la moneta s’infilò in una fessura delle radici del grande abete che poco prima sovrastava Luigino. Le sue dita gelate s’infilarono nella fessura dell’abete, il folletto ridacchiava su uno dei rami, quando, una voce cavernosa fece sussultare Luigino:
-           Chi osa svegliare il mio riposo! Luigino alzando gli occhi vide l’abete che aveva una
bocca, si strofinò gli occhi pensando di sognare. Non aveva mi visto parlare un albero. Impaurito, fece uscire dalla sua bocca un debole: 
-           Mi scuso signore abete, ma lei imprigiona tra le sue radici una moneta che è mia.
-          Tua? Ma se tu non possiedi nulla come vuoi possedere una moneta d’oro?
-          Sì, lo so signore abete, io sono povero, ma la moneta mi è caduta dalla tasca è il signor folletto che sta su i suoi rami che me l’ha regalata, soltanto, la mia tasca è bucata ed è scivolata via.
-          Il folletto è un mio inquilino, abita da anni nel mio tronco e non mi ha mai pagato l’affitto, e questa moneta d’oro sarà un piccolo anticipo al suo debito.
-          Ma signor abete lei non ne ha bisogno, lei è un albero bello forte, sopporta il freddo e non ha bisogno certo di scarpe e né di mangiare; a casa ho sette fratelli e sorelle e questa moneta farebbe comodo ai miei genitori che non sanno come sfamarci.
-          Non piagnucolare, piccolo insolente straccione, come osi dire quel che io devo fare, io sono un abete, ma ogni tanto anche io ho bisogno di qualche moneta d’oro.
-          Ma per farci cosa?
-          Questo non ti riguarda, bamboccio!
-          Ma un albero non ha bisogno di monete d’oro.
-          Eppure ti ripeto che sì, non aggiungo altro ora puoi anche andare, la moneta resta mia e la terrò stretta fra le mie radici, guai a chi si azzarda a volermela sottrarre, avrà le dita della mano stroncate dalle mie radici, se solo oserà provarci.
Luigino intimorito dall’abete indietreggiò e dispiaciuto, lanciò un lieve saluto, accompagnato da un sorriso appena percettibile, rivolto al folletto che stava sul ramo divertito per l’accaduto. Egli sobbalzò giù dal ramo, con la sua pentola scintillante e piena di monete davanti ai piedi di Luigino, il quale stava incamminandosi sul sentiero per raggiungere la scuola. Il folletto sghignazzando lanciò un alt al ragazzo che subito si bloccò. Guardò negli occhi il piccolo omino che gli sbarrava la strada e si domandò cosa volesse ancora da lui… il folletto saltò sulla pentola raccolse ancora una moneta alzò la mano che la serrava e disse a Luigino:
-          Se tu sarai capace di prenderla al volo, questa moneta sarà tua.
Così dicendo la lanciò in alto, ma la moneta fu afferrata da uno dei rami dell’abete, prima ancora che cadesse a terra, così, Luigino si vide sottrarre dall’albero, la seconda moneta che gli era destinata. Le sue proteste furono vane, l’abete non volle ridargli la moneta e se la tenne per sé. Sconsolato il povero ragazzo riprese il suo cammino, ma il folletto lo seguiva saltando da un punto all’altro del sentiero, fin quando, saltando cadde e con lui la pentola piena di monete che si dispersero e, lungo la strada, ruzzolarono tutte verso l’abete che scrollò le sue radici per imprigionarle tutte. Luigino e il folletto corsero lungo il sentiero per tentare di raccattarne qualcuna, ma fu inutile, l’ingordo abete aveva imprigionato tutte le monete con le sue radici. Nel vedere i due ai suoi piedi che, inginocchiati, cercavano le monete, lo fece ridere, i suoi rami furono scossi dalla sua risata portentosa e alcuni ghiaccioli si staccarono e uno inchiodò il piccolo folletto a terra trapassando la coda della sua bella livrea rossa impedendogli di muoversi. Luigino vide il piccolo folletto in difficoltà si precipitò per liberarlo, estrasse dalla terra il pugnale di ghiaccio e lo gettò lontano, poi aiutò il folletto a rimettersi in piedi, il quale lo ringraziò e saltò sull’albero dicendo all’abete che le monete erano le sue, ma l’albero grondò dicendo che anche il tronco era suo e lui ci abitava con tutta la sua famiglia e che non gli aveva mai fatto dono di nulla. Luigino ascoltava il battibecco fra i due e si ricordò che doveva andare a scuola, la neve iniziava a cadere ed il freddo gli bloccava i movimenti dei piedi. Così, salutò il piccolo folletto che ringraziò per la moneta che gli aveva regalato, il folletto gli sorrise e disse che se l’era meritata. L’abete ascoltò la conversazione e per dispetto, quando Luigino passò su una delle sue radici, gli fece lo sgambetto facendolo cadere, e nel mentre,  aprì la mano che serrava la moneta d’oro e questa rotolò anch'essa fra le radici avide dell’albero. Luigino cercò di riprendersela e il folletto con tutta la sua rabbia pestò il ramo su cui poggiava i suoi piccoli piedi, in segno di ribellione per la cattiveria dell’albero, ma l’abete  non fece altro che ridere della loro sventura. Luigino si rialzò e si allontanò di corsa…
Giunto davanti alla scuola col fiatone, entrò svelto in classe; la campanella era già suonata e quando prese posto nel suo banco, la maestra gli domandò la ragione del suo ritardo. Il povero Luigino non potendo raccontare quel che gli era accaduto, disse che si era smarrito nel bosco. La cosa fece ridere i suoi compagni e fu spunto di un’ennesima derisione. Finita la lezione, Luigino riprese la strada per andare a casa e pensò di passare ancora per il bosco, se non altro, per vedere se le monete d’oro erano ancora ai piedi dell’albero e anche per rendersi conto se tutto non fosse stato solo frutto della sua immaginazione . Camminava Luigino, e giunse al bosco, dove si addentrò con cautela, quasi come se fosse un ladro che temesse di farsi scorgere, infatti, dopo pochi passi intravide l’abete che imponente occupava una vasta area del bosco; Luigino avanzava intimorito sulla strada che costeggiava le sue radici, l’albero appena lo vide scosse alcuni rami come se fosse nervoso ed aspettò che lui passasse.
Del folletto però, neppure l’ombra. Luigino continuò sulla strada e passando accanto alle radici gettò un occhiata per vedere se le monete fossero ancora prigioniere di esse, purtroppo l’abete le teneva strette, allora, senza fermarsi continuò la sua strada, ma giunto all’altezza del tronco dell’albero si sentì chiamare: “ Ehi, tu! Se pensi d’impossessarti di queste monete ti sbagli,” brontolò l’abete. Luigino si mise a correre impaurito. Giunto a casa non sapeva se raccontare tutto al padre, lui era molto severo e se non l’avesse creduto, avrebbe rischiato di guadagnarsi anche un castigo, così, decise di raccontare la sua avventura alla madre, che di carattere dolce e remissivo, gli avrebbe dato sicuramente ascolto.
La mamma dopo avere ascoltato attentamente il racconto del figlio disse che magari raccontando tutto al padre avrebbero trovato insieme una soluzione al problema. Luigino anche se non del tutto d’accordo, alla fine accettò e corse insieme alla mamma nel capannone dove il papà tagliava i tronchi che abbatteva ogni giorno nel bosco. La madre raccontò tutto al padre e, quando finì,  lui la guardò perplesso, poi guardò suo figlio e aggiunse: “ Se tutto questa storia non è vera, giuro che resterai senza minestra per tre giorni e tre sere. Luigino disse: “ Ti prego papà credimi è vero”.
Il padre prese la sega poi la mano di suo figlio e domandò di condurlo al bosco dove l’abete dimorava. La sua intenzione era quella di tagliere l’albero e prendergli le monete che imprigionava con le sue radici. I due partirono in direzione del bosco, giunti in prossimità dell’albero, Luigino si fermò, indicando al padre l’abete. Il boscaiolo s’avvicinò, toccò il tronco e fiutando la direzione del vento, prese posizione per tagliare l’albero. Luigino che era rimasto nascosto fino allora, avanzò per aiutare il padre a segare l’abete, ma l’abete vedendolo reagì dicendo:
- Ah! Sei venuto accompagnato da tuo padre, piccolo moccioso!
Il boscaiolo non credeva alle sue orecchie, non aveva mai sentito un albero parlare e pensò di rispondere al posto del figlio che era rimasto muto, con la paura addosso che l’albero potesse far del male al suo papà. Il boscaiolo domandò all'abete perché fosse così cattivo e avido, l’abete rispose:
- Perché sono stati gli uomini a rendermi così con la loro cupidigia, uomini che mi hanno tolto più volte l’affetto dei miei figli nati ai miei piedi, e solo per far piacere ai piccoli mocciosi come tuo figlio, quando arriva il Natale. Così, sapendo che gli uomini sono attaccati al denaro ne serbo tanto da pagarli perché lascino i miei nuovi germogli crescere in pace. Il papà di Luigino ascoltò con attenzione le parole dell’abete e provò il dolore che l’Abete aveva sentito per i suoi alberelli, che i suoi amici boscaioli avevano tagliato. Si rese conto che anche lui aveva fatto la stessa cosa con altri alberi, purtroppo il suo lavoro era quello e non poteva cambiarlo; spiegò all'abete che lui non gli aveva mai tagliato i figli. L’abete rispose che i suoi amici l’avevano fatto. Il boscaiolo domandò cosa potesse fare per rimediare al male che aveva subito.  L’abete rispose che doveva scrivere un pannello e inchiodarlo su uno dei suoi rami, proibendo di tagliare i piccoli abeti che stavano ai suoi piedi. Il boscaiolo acconsentì sperando che l’abete parlante gli desse le monete che tratteneva fra le sue radici, ma l’abete non volle dargli nulla dicendo che comunque gli servivano per gli altri boscaioli che non erano bravi come lui. Luigino indignato protestò dicendo al padre che era solo un vecchio abete buono per riscaldare la casa e i suoi fratelli e sorelle. L’albero  incollerito iniziò a scuotere i suoi rami e con una grossa voce disse:
- Ecco! Vedi? Avevo ragione io che non bisogna fidarsi di voi uomini! Siete tutti avidi.
Il boscaiolo lo interruppe e disse: - Ingordi noi non siamo, ero venuto qui per tagliarti caro abete ma la tua storia mi ha intenerito, anche io sono un padre e devo dare da mangiare ai miei figli e come te devo vegliare su di loro, ma come ben sai noi uomini non possiamo fare nulla senza il denaro, tu ricevi dalla terra il tuo nutrimento e non hai bisogno di riscaldarti in inverno, i miei bambini muoiono se non mangiano e non si riscaldano. Le monete che hai sotto le tue radici, bastano a sfamare tutte le famiglie dei boscaioli e se tu mi dai le monete,  le dividerò con loro così non avranno bisogno di tagliare gli alberi per vivere e ti prometto che sarai tu a vegliare per la spartizione  delle monete d’oro, faremo in modo che questo bosco non venga più toccato e che i tuoi germogli crescano per diventare abeti adulti come te. L’abete aveva ascoltato con attenzione  il boscaiolo e, se non avesse accettato si sarebbe trovato ridotto in tronchetti per il camino, così il buon senso lo fece riflettere e senza dare l’impressione d’essere accondiscendente, storse la bocca e disse:
- Sia!
Il papà disse a Luigino di correre in paese a chiamare i suoi amici colleghi e di portarli al bosco senza spiegargli nulla. Luigino obbedì e corse in paese come gli aveva ordinato il padre. Intanto rimasto solo con l’abete, il papà iniziò a raccogliere le monete e le mise nella pentola che era rimasta, dopo la caduta del folletto, capovolta a terra. L’albero poco a poco lasciò tutte le monete che le sue radici serravano e chiese al boscaiolo di lasciargliene una per ricordo.
Il boscaiolo acconsentì e l’abete la nascose sotto la sua radice più grande. Luigino intanto era giunto insieme agli altri boscaioli, il padre seduto sulla pentola delle monete, iniziò a spiegare ai suoi amici tutta la storia e domandò alla fine chi fosse d’accordo di non abbattere più alberi in quel bosco. Tutti esposero le loro perplessità, ma alla fine, quando videro la prima moneta uscire dalla pentola, iniziarono ad accettare. I loro occhi scintillavano più delle stesse monete, la conta in parti uguali era iniziata sotto lo sguardo attento dell’abete che fino allora non aveva più parlato, quando tutti ebbero le loro monete, l’abete tossì. I boscaioli spaventati si fermarono e sbigottiti videro il tronco dell’albero aprire la bocca per dire loro di non dimenticare le promesse fatte. Anche se ancora spaventati dall'albero parlante, i boscaioli erano felici, quelle monete ricevute erano come manna dal cielo e non esitarono a rispondere che avrebbero mantenuto la promessa fatta. Luigino e il papà promisero inoltre all’abete che avrebbero vegliato a che nessuno rompesse il patto. Rientrarono a casa contenti.
Da quell’anno festeggiarono il Natale accontentandosi del presepe e così fecero anche gli altri boscaioli.
L’abete è ancora nel bosco ed ha visto crescere i suoi figli tutti intorno a lui… Il folletto che aveva nel frattempo recuperato la pentola vuota, iniziò ad accumulare altre monete… divenne l’inquilino più amato dal bosco poiché, per gli alberi, era una garanzia alla loro incolumità.

Se passate un giorno nel bosco del signore abete, potrete leggere il cartello che il papà di Luigino scrisse e appuntò sul suo tronco:
NON  TRONCATE LA VITA AI GIOVANI GERMOGLI  DI QUESTO ABETE, SONO SUOI FIGLI…

“Ogni cosa è stata creata per le stesse ragioni che l’uomo è stato creato: “Vivere per dare la vita.”  
Il valore della vita è lo stesso anche per gli animali, le piante e le cose e, com’è giusto, deve essere rispettato; la ragione e la saggezza risiedono in ognuno di noi, basta solo farsi guidare dalla loro voce e dal cuore.”


Anna Giordano.                                                                

giovedì 6 dicembre 2018

Pensiero serale: L'amicizia



L'amicizia non si distrugge mai se solidamente rimane legata ai principi di cui è composta la sua essenza. 

L'amicizia è una pianta che affonda le sue radici nella sincerità, nella condivisione e partecipazione, nella presenza e nella presenza della sua assenza, nel saper dare conforto, nella mano tesa dopo una caduta e a quella tesa prima, per evitare la caduta.  
L'amicizia è una cosa seria, un vero impegno verso chi apre la porta di casa e ti offre il suo cuore. 
È un sentimento importante, che non va sciupato, non va monetizzato e neppure demonetizzato. 
Un'amicizia lascia sempre il posto all'imprevisto, per non mancare mai al bisogno degli altri. 
L'amicizia è quel sentimento che lega con un patto fraterno agli altri e fatto a se stesso, tacitamente. 
L'amicizia è quella intesa,cui basta uno sguardo per capirsi senza aggiungere altro. 
L'amicizia è una corteccia d'albero, che protegge il tronco dal gelo che può lederle, è una seconda vita, sempre presente e pronta al momento giusto, discreta e singolare, difficile da potere ignorare.


Anna Giordano


mercoledì 5 dicembre 2018

Buongiorno mondo



Il contadino brucia le erbacce nel suo campo.
Le formichine corrono frenetiche, 
s'incrociano,
son là sul davanzale,
intente a trasportare il cibo già da ore.

Il sole si stiracchia tra le lenzuola d'ovatta,
sospinte dalla brezza pasticciona,
scoprendo solo a tratti i caldi raggi che,
senza tregua,
tentano d'abbracciare il mondo.

Sbadigliano i boccioli,
attendono ad'aprirsi
per sciorinare al sole i petali del cuore.
Cinguettano sugli alberi, uccelli d'ogni sorta.
Il gatto sta a guardare in cerca di un errore,
e sembra che si chieda: perché lui non vola?
Il mare guarda il cielo e ne sposa i colori,
gli alberi con i rami cercano compagnia,
afferrano un po' di cielo ma è solo fantasia.

Ognuno pensa a sé ma vive anche per gli altri.
Eppure l'universo così meraviglioso,
da noi sovente è ignorato
e sembra che tutto ci sia dovuto;
troppe le volte che diamo per scontato:
un'alba oppure un tramonto,
e mai ci domandiamo se tanto meritiamo.

Viviamo grazie a ciò che ci è concesso:
l'aria che respiriamo,
l'acqua che beviamo,
il sole che ci riscalda,
la pioggia che ci bagna,
il vento che ci asciuga e ci abbraccia senza pretese,
le piante che ci nutrono…
Senza mai domandarci:
come faremmo a vivere se loro non ci fossero?

Cosciente esulto e ringrazio dicendo ogni mattina:

che bello risvegliarsi insieme alla natura,
che bello risvegliarsi nella città infernale,
che bello risvegliarsi e dirsi:
che fortuna!
Ancora un giorno mi bacia e vivo è il mio risveglio!

26/01/2015  Anna Giordano



Pensieri serali...N.13



"La metafora è come un faro nella tempesta... illumina chi si è perso."

"La musica non ha frontiere , entra nell'anima senza bussare e parla la   lingua universale."

"La creatività e la fantasia sono il dono che Dio ha voluto donare     all'uomo affinché non impazzisse"

"Ci sono verità non dette, solo per fare bene, altre, dette solo per ferire 
  e quelle mai ammesse, per far soffrire". 

Anna Giordano

martedì 4 dicembre 2018

Pensieri serali...N.12


"Pensare non costa niente e se si va in profondità, di sicuro non si annega, anzi, nel fondo si trova l'ossigeno della sopravvivenza, si ha la forza di prendere lo slancio per mettersi alla prova e farsi strada in una giungla d'idee lasciate, troppe volte, vegetare senza farle fiorire."

"Il cerchio, simbolo di continuità e di vita, così come la cellula col suo nucleo, confermano che ognuno nel suo cerchio è l'universo."

" Il guizzo del genio è follia lucida, sprigiona energia pura e non contagia l'idea se non della sua natura; senza eguali, poiché nasce una volta sola, così come ogni cosa e, degno d'attenzioni, si firma e si conferma nella sua identità".

Anna Giordano

lunedì 3 dicembre 2018

Pensieri serali...N.11


"La sera è una mano che oscura il sole per permetterci di riposare gli occhi."

"Se alcuni silenzi uccidono la libertà, altri parlano al posto loro"

"Il sole presta la sua luce alla luna perché la notte non faccia
  cadere nell'oblio i suoi raggi".

Anna Giordano