mercoledì 4 ottobre 2017

Ammettere i propri errori



Ammettere i propri errori evita le discussioni inutili che creano dissidi tra le persone e anche guerre, se si parla di popoli e nazioni. 
Ammettere le proprie colpe è segno di buon senso, maturazione e civiltà. 
Se solo ci fermassimo un momento per guardare dietro quel che abbiamo fatto e del tempo che abbiamo davanti che, fra parentesi, è una incognita, potremmo capire meglio quante cose abbiamo sbagliato e quanto tempo abbiamo sprecato pensando di avere vissuto, ma accorgendoci, magari, di avere solo vegetato, stagnando in un pozzo di errori mai ammessi e rinnovati nel tempo, perdendo la nozione dell'onestà verso se stessi e verso gli altri. 
Ma la cosa più triste, trovo che siano le colpe che, sovente, non si ammettono , solo,  per conflitti d'interessi, che si accumulano in quel pozzo dove vegeta indisturbata, insieme agli errori la ricchezza che, purtroppo e con rammarico, solo materiale . 
Se poi penso agli Arpagoni della situazione che malgrado la loro età avanzata continuano ad accumulare ricchezze privandosi di qualsiasi cosa pur di non spendere un centesimo, neppure magari per aiutare i propri familiari, allora non arrivo a capire proprio, neppure mettendoci tutto il mio modesto cervello, il perché del loro comportamento pur sapendo di dovere tutto lasciare. 
Non siamo altro che attori della nostra vita e a volte solo dei figuranti. Passiamo su questo immenso teatro che è il mondo e come in una corsa a staffetta, passiamo il testimone lasciando il posto agli altri... e allora! Lasciamo di noi qualcosa a chi prenderà il testimone, che rimanga e sia d'esempio buono perché non si continui a correre per nulla. 
La pace e la leggerezza sono due componenti per arrivare alla fine della corsa soddisfatti di avere contribuito, magari, alla vittoria della squadra per un mondo migliore.

lunedì 22 maggio 2017

Parole e punti di vista.

La bellezza è quell'armonia che
aggrega le più svariate forme di vita in una sinfonia inedita ed unica. E, ogni volta che invita l'anima al suo ascolto, risveglia in essa le emozioni, i sentimenti, portandoli a contemplarne la meraviglia e ad accrescere l'amore per la vita.

Tutto ciò porta, comunque, a constatare che, sia la bellezza che la bruttezza, sono solo due punti di vista che convergono e si dividono là, dove primeggia la propria convinzione.

Un vecchio detto dice: "Non è bello quel ch’è bello, ma è bello quel che piace".
Nulla di più saggio non c'è se non le parole dei detti antichi.
Essi riflettono saggezze popolari, basate su esperienze vissute più volte da differenti persone e in tempi differenti.
E deduco che:
La bruttezza non sia altro che la visione distorta della bellezza e per cui, non ci sono cose o persone belle o brutte, ma soltanto persone e cose che, attraverso un insieme di fattori, consoni a determinati gusti, vengono definite belle o brutte .
Per cui, sia la bruttezza che la bellezza sono soggettive poiché, e cito un altro detto di saggezza popolare: "I gusti ed i colori non si discutono".

Anna Giordano 

sabato 6 maggio 2017

Chissà se Vincent Van Gogh …

                                                             
Ogni volta che il mio sguardo si posa sui quadri dei grandi pittori, su tutto quelli di alcuni artisti che hanno avuto una vita grama,  e che solo dopo la loro morte sono stati riconosciuti i loro meriti,  ho un pensiero che mi attraversa, come un richiamo, come un brivido di tenerezza per chi ha dato tutto e in cambio non ha ricevuto null'altro che il disprezzo , l’incomprensione e le umiliazioni.
Non so perché in questo istante penso a Vincent Van Gogh , che 
 malgrado il suo nome può fare immaginare qualcosa di vincente nella vita, ma che chissà, per quale occulto mistero non ha goduto di vittorie, anche se poi il suo genio è stato riconosciuto, e che purtroppo non l’ha mai saputo. Peccato!
Ognuno lo schivava, altri lo trattavano per un poco di buono, un ubriacone mezzo matto e che i suoi quadri non valevano niente... E mi fermerei qui poiché è evidente che chi giudicava non era competente oppure era soltanto indietro di anni di fronte alla poesia che in quei quadri Van Gogh esprimeva. Egli era un sognatore poeta del suo sguardo, lui non vedeva le cose allo stesso modo che gli altri perché oltre agli occhi usava l'anima. 
Quando  dipingeva,  dipingeva le vibrazioni che la sua anima emanava. Un cielo stellato

per lui non era solo un fondo scuro con qualche spruzzo dorato, no, era un cielo fatto di sfumature di blu scuro che andava al blu più chiaro, ambrato da veli leggeri appena più chiari che mettevano in risalto il buio col movimento che dipingeva come soffi di vento, attorcigliati intorno a stelle che a loro volta diventano ai suoi occhi, girandole. Stelle che nei suoi dipinti rappresentano e compongono ciò che definirei il movimento statico.  Era come se volesse raffigurare il respiro dell'universo,  una allegoria, e  non solo un cielo scuro con qualche stella dorata, ma un'esplosione dell'anima impressa su tela, un universo mai visto se non attraverso i suoi occhi, quelli di un puro sognatore poeta-pittore.
“Eppure, fu un genio incompreso, che annegò la sua solitudine e il disprezzo mostratogli per le sue opere, nell'alcol che alleviava, forse, il dolore che tutti gl'infliggevano. La sua, inizialmente, non credo fosse vera pazzia visto che un genio mette sempre un pizzico di follia in quello che fa rendendolo speciale, fuori dalla norma, fuori da quelli che sono i canoni predisposti dalla società,  abituata a dei comportamenti così detti: normali. Quando ciò succede si è subito etichettati e definiti pazzi. Gli squilibri mentali che gli erano stati riscontrati e, che comunque, nella sua famiglia non erano sconosciuti; furono per Vincent anche la causa della sua depressione, dovuta probabilmente anche allo stato marginale in cui viveva che lo spinse a bere di tutto finanche l'assenzio, di cui all'epoca non si conoscevano troppo gli effetti collaterali e nefasti che si ripercuotevano su chi ne faceva uso,  tanto da incidere notevolmente sullo stato mentale che accentuò, per il povero Van Gogh, le cause del suo suicidio”.
Dicevo, vorrei tanto che quel giovane pieno di genio che si tolse la vita a 37 anni, potesse conoscere di cosa è stato capace e come la sua arte post-impressionista, oggi si sia affermata ed abbia arricchito l’arte nonché la vita di chi, sui i suoi capolavori, ha speculato.
Povero Vincent, chissà cosa direbbe ora del periodo in cui tentava di barattare una tela contro una bottiglia di vino o anche solo un bicchiere e veniva scacciato via come un appestato. Chissà se al posto delle cattive lingue avesse  incontrato anche solo una persona che avesse condiviso con lui la bellezza delle sue tele, ed apprezzato la poesia che lui sapeva così bene tradurre nei colori e le composizioni dei suoi capolavori. Chissà cosa direbbe se conoscesse la fama delle sue opere raggiunta solo dopo la sua morte. Immagino i suoi occhi che tante volte egli dipinse nei suoi ritratti, di quale luce si vestirebbero se scoprisse oggi la sua fama mondiale?
Sono sicura che brillerebbero come nidi di stelle,  pieni di lacrime di gioia, riscatto di una vita sofferta e annegata nella più grande sofferenza dell'incomprensione. Vedere i suoi girasoli 
che esprimono, malgrado i colori accesi, un velo di malinconia, recisi e messi nel vaso; fiori che, forse, definiva tristi poiché la loro vita dipendeva dal sole,   obbligati a seguirlo per sopravvivere e quindi in un certo senso suoi prigionieri. Oppure i suoi iris,
così veri e non apprettati, messi quasi alla rinfusa nel vaso, come se un guizzo di follia all'improvviso l'avesse ispirato ad immortalarne la bellezza prima che appassissero …  E che dire del ramo di mandorlo?
Soltanto un ramo, perché bastasse a raccontare la bellezza delicata della primavera dei suoi fiori, fissata su una tela per vivere nel tempo.

Così come il suo ultimo gesto che, con una pennellata color rosso sangue, coprì il grigio della tela della sua vita.  

Febbraio 2017 Anna Giordano.

domenica 30 aprile 2017

Primo maggio 1947.


  
E le ginestre olezzavano al vento,
mentre le grida si levavano al cielo.
Furono in tanti a patire il martirio
Per contestare una vita da schiavo.

E le ginestre olezzavano al vento,
mentre la storia scriveva il tormento.
Furono in tanti a cadere nel rovo
Dei diritti bruciati, negati col sangue.

Sfilano in tanti brandendo bandiere,
per festeggiare ancora oggi il lavoro.
No! Non fu vano il loro martirio …

E le ginestre profumano ancora, 
per ricordare l’eccidio lontano
in quel agguato,
del  primo giorno di maggio.


29/04/2017 Anna Giordano

domenica 16 aprile 2017

DISCORRENDO, CORRENDO VERSO L'AMORE



Non è con la guerra che si costruisce la pace, 
ma con l'amore che disarma chi è armato, 
poiché non ha bisogno di sparare chi non l'aggredisce. 
La pace è la chimera di tutti, 
ma sono pochi a sognarla 
come stato permanente di ogni nazione.
La pace è il rispetto che si ha per gli altri, 
ma su tutto per se stessi
Chi semina guerra raccoglierà  guerra 
e con essa la distruzione di ogni buon sentimento, 
l'odio abiterà  nei cuori 
e per la pace non ci sarà più scampo. 

Quando si dice che non ci sono soldi  per sfamare chi popola il terzo mondo, forse dimenticano i soldi sprecati per alimentare le guerre. 
Basterebbero non solo per sfamare, ma farebbero vivere in pace il mondo intero cancellando la povertà.
Il vero problema risiede nella testa di coloro che, per educazione ricevuta, coltivano l'idea di essere migliori esercitando ed imponendo la propria forza con il potere e le armi. Nessuno ha insegnato loro che siamo solo di passaggio?
Questa continua supremazia del forte sul debole è e sarà la vera bestia da combattere! 
Penso che, in quanto donna, la donna debba farsi carico, innanzi tutto , di insegnare l'amore, l'umiltà , la pace ai propri figli. Di prendersi le responsabilità di farli crescere insieme al marito, compagno, in un atmosfera di vera famiglia, dove vigono le regole dell'educazione, basate principalmente sul rispetto e l'amore, senza regole si corre verso l'anarchia che stravolge ogni verità. Il compito di una mamma o padre, dovrebbe, responsabilizzare, in rapporto all'età, i propri figli che saranno  i futuri padri e madri delle società a venire.  Fin quando non ci saranno delle vere e proprie responsabilità verso i propri figli in quanto genitori, e non amici dei figli o difensori a torto per le marachelle degli angioletti, futuri diavoletti... correremo verso il baratro di questa società che di giorno in giorno si disgrega sempre di più fino a creare una determinata incompatibilità  fra gli esseri umani causando l'auto distruzione degli stessi. 
L'uomo sembra che stia attraversando un momento di capovolgimento attitudinale, tutto si sta ribaltando. Sembra che le sue azioni stiano ritornando a riflettere quelle dei suoi avi, o peggio, ritornando all'era delle caverne. Oggi sono molti per non dire troppi, coloro che hanno potere di vita e di morte sulle donne, in particolare, figura da sempre sottomessa all'uomo e non solo delle caverne, oggi la donna subisce ancora e paga con la vita le prepotenze dell'uomo. Se si mette a confronto l'uomo primitivo e quello attuale, vediamo che non ci sono differenze dal punto di vista di comportamento poiché i due hanno potere e dispotismo sulla donna. Malgrado ci sia un abisso fra i due dal punto di vista evolutivo dei tempi, ma che non ha cambiato comunque nulla nel modo di vedere la donna poiché per un si o per un no vengono private della loro vita. Allora mi rivolgo alle mamme e dico loro che educare i figli sia la cosa più importante che ci sia, se vogliamo che il mondo possa cambiare! Educhiamoli a rispettare la donna e l'uomo con gli stessi principi e senza differenze, apprendiamo loro a fare i lavori domestici come lo facciamo con le bambine, installiamo con loro il dialogo e non lasciamoli soli con un PC, o telefonino. Facciamo in modo che si sentano accuditi, seguiti, insegnando loro la tolleranza, la carità, l'Amore verso se stessi e verso gli altri, insegniamo loro  a saper distinguere il bene dal male. Facciamo loro degli esempi, i bambini amano le favole non li facciamo diventare subito adulti, diamo loro il tempo di vivere la loro età , permettendogli di pensare, di capire. Non facciamo dei nostri bambini dei mostri, lasciamogli la loro ingenuità senza deriderli. Guardiamoli dormire, e capiremo quanto siano fragili e non esercitiamo su loro le nostre esigenze inclusa la fretta di farli crescere. Diamo loro il tempo di assimilare attraverso la loro esperienza minuto dopo minuto, ora dopo ora, giorno dopo giorno, anno dopo anno, con la cadenza del tempo vissuto in ogni suo attimo. Anche se è difficile conciliare il tempo degli adulti con quello dei bambini, ma una cosa è certa che un genitore ed in particolare le mamme sanno che mettendo al mondo un figlio hanno l'obbligo di occuparsene , essere mamma non vuol dire solo essere genitrice, dare la vita è molto più semplice che educarli. Una buona mamma veglia all'incolumità del proprio figlio, ma non solo quella del corpo, deve su tutto vegliare a quella della sua anima... Se vogliamo che i nostri figli e figlie non debbano vivere nell'angoscia della guerra e la distruzione dovuta all'assenza di educazione alla pace e al rispetto. Seminiamo nella loro vita l'Amore l'unico antidoto contro il male.  


12/03/2017 Anna Giordano

giovedì 13 aprile 2017

La magia del divagare nei ragionamenti.



Prendendo una parola a caso come: infinito, ho iniziato a pensare e divagare, confidando il mio pensiero a questo foglio dicendogli: Infinito, cioè: In- finito = nel finito.

Con la parola “infinito” si definisce ciò che non ha fine, senza limiti, dando una dimensione non finita al pensiero che la rende finita. Cerco di spiegarmi o almeno, ci provo ragionando con me ed il foglio…Una cosa che è finita, è definita dal pensiero qualcosa che ha tutte le caratteristiche per essere definita tale.L’infinito, in un certo senso, assume un concetto di finito anche se la parola è nata per dire che non ha limite, ma che, comunque, definisce con essa il limite del suo significato. Se penso al mare che non è infinito, eppure molte volte è indicato come tale in quanto apparentemente senza limite. Paragonandolo all'infinito, anche non essendolo, la parola: infinito, dona al mare l’immagine di qualcosa che non ha fine e né limite poiché sconfina oltre il nostro sguardo.
 Permettendo alla nostra mente di capire con semplicità l’idea della sua smisurata quantità d’acqua da cui è composto e senza doverne quantificare in cifre i litri, rendendo la visione o idea che sia, più complicata da capire di quanto sia enorme la sua massa d’acqua, quando invece, può darla da sola la parola: infinito. Ciò aiuta a rendere l’idea, almeno credo,  sul significato di questa parola, limitando l’infinito ad essere contenuta in una piccola parola di solo otto lettere e che  a sua volta, limita in essa la quantità senza fine. E allora, direi proprio che l’infinito risieda nel suono delle parole. Parole per le quali bastano solo ventisei lettere se parliamo dell’alfabeto italiano, comprese le vocali, che ci servono per  parlare e scrivere all'infinito, ed il paradosso sta proprio nell'usare un numero di lettere definito per farlo. Come  pure per i numeri, con nove numeri, più lo zero, si possono generare tutte le possibilità numeriche, infinite e finite, così anche per le note musicali che sono sette e bastano per imbastire ritmi e melodie a perdita d’udito. Che meraviglia l’estro delle menti che con un esiguo numero di lettere, numeri o note possano creare col loro limite: l’infinito.

07/03/2017 Anna Giordano